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Bullo per un giorno

Sono un ragazzino tranquillo. Ho 13 anni e mi interesso di quello che si interessano quelli della mia età. Diciamo che la cosa che più mi piace fare nel tempo libero è andare al campetto e giocare a pallone con gli amici.

Il campetto è a circa 1 chilometro da casa mia e per prepararmi alla partita, mi scelgo un sassolino adatto come forma e colore e lo prendo a calci da casa fino al campo. Cosa che fa andare mia madre su tutte le furie perché dice che rompo tutte le scarpe e non ha soldi per comprarmene un paio ogni 3 mesi.

Al campetto viene spesso anche mio fratello di due anni più grande. Ci siamo sempre divertiti a giocare a pallone o ad altri giochi. Negli ultimi mesi è arrivato un gruppo di ragazzi nuovi. Sono prepotenti e non ci fanno giocare. Spesso fanno dispetti, prendono il pallone e lo nascondono, minacciano di prenderci a calci e la situazione è diventata insopportabile. Un pomeriggio che io e mio fratello abbiamo cercato di ribellarci alle loro prepotenze, siamo stati insultati e picchiati.

Io ho deciso di non andare più al campetto a giocare a pallone. Sto a casa a leggere qualche libro o scendo nel cortile dei garage a tirare la palla contro il muro, cosa che però fa sempre arrabbiare il vecchio del terzo piano che non fa altro che lamentarsi del rumore, però se arrivava qualcuno si faceva anche una partitella, nonostante le lamentele dei condomini.

Un giorno mio fratello torna a casa e mi dice che era diventato amico con il gruppo dei prepotenti e che ora potevamo tornare al campetto a giocare a pallone senza problemi.

Un pomeriggio sono andato al campetto per giocare a pallone con gli amici, alcuni stavano con quel gruppo di prepotenti, altri giocavano per conto loro non ancora infastiditi da nessuno.

Il capo dei bulli quando mi vede arrivare mi viene incontro e mi dice, tuo fratello mi aveva detto che saresti tornato a giocare qui. Ma se vuoi giocare devi venire con noi a picchiere qualcuno di quelli lì, Indicando con un dito il gruppo di ragazzini che se ne stavano tranquilli per i fatti loro.

Io gli chiesi, ma cosa dovrei fare? Lui rispose, devi dare un calcio in bocca al primo che parla. Mentre seguo il gruppo, che urlando si avvicina agli altri ragazzi, mi ritrovo con la mente confusa e l’animo in disordine. Non sapevo cosa fare, come comportarmi. Quando raggiungiamo i ragazzi, il capo ne prende uno e comincia a prenderlo a spintoni, mentre gli altri cominciano ad insultare a spintonare e provocare tutti gli altri.

Il capo mi porta davanti un ragazzetto impaurito e piegato su se stesso e mi dice, adesso dagli un calcio in bocca. Io calci in bocca non ne avevo mai dati e non sapevo neanche come fare. Spinto dalle incitazioni degli altri ho dato una ginocchiata in fronte a questo ragazzo poi dopo ancora alcuni minuti di angherie li abbiamo cacciati dal campetto sicuri che non sarebbero più tornati.

Tornando a casa, solo, mi sentivo peggio di quando venivo maltrattato e continuavo a dirmi, no, io non sono questo, non posso comportarmi in questo modo. Quando subivo mi dava fastidio, perché devo farlo con altri?

Ho deciso che quelle amicizie non facevano per me, quelli non erano amici. Ho deciso di restare a casa, e giocare a pallone con il muro del cortile o a leggere qualche libro di avventure. E dopo tanti anni, ancora mi vergogno di essere stato bullo per un giorno.

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