Cracovia, Auschwitz e la soluzione finale: una gita per capire

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introduzione

Le classi quinte dell’Istituto “Prever” si recheranno, verso la fine di marzo, a visitare Cracovia e Auschwitz, due dei luoghi simbolo dello sterminio ebraico europeo negli anni della Seconda guerra mondiale. Le due località, distanti circa 70 km l’una dall’altra, hanno avuto un destino, nello stesso tempo, parallelo e comune. Parallelo perché nulla di simile era mai stato progettato ed attuato prima che Hitler decidesse di iniziare la “soluzione finale” degli ebrei. Comune perché molti degli ebrei di Cracovia, dapprima costretti a lasciare le proprie abitazioni in quella che da sempre era stata la loro città, furono quindi deportati ad Auschwitz dopo il 1942. Quello che intendiamo suggerire nelle righe che seguono è un percorso, un po’ didattico e un po’ geografico, per prepararci con un po’ di consapevolezza a ciò che si andrà a visitare in Polonia da qui a poche settimane.

perché si odiano gli ebrei?

Per quanto l’odio nei confronti dei Giudei, considerati responsabili della morte di Cristo, affondi le sue radici addirittura nel tardo Impero Romano, il termine antisemita viene introdotto nell’uso a partire dall’età del Nazionalismo e del Colonialismo, ovvero nel secondo Ottocento (ricordate il caso del capitano francese Alfred Dreyfus, accusato ingiustamente di tradimento nei confronti della patria?).

Nei paesi di tradizione cattolica, come l’Italia, molto forte era il pensiero antigiudaico (“Se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero […] morissero tutti i Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore non è vero che il mondo starebbe meglio? Sarebbe una liberazione”: parole di frate Agostino Gemelli, fondatore dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano).

Al di là dei motivi religiosi, molte altre posizioni antisemite sono venute alla luce nell’Europa del tardo Ottocento e del primo Novecento: dai Protocolli dei Savi di Sion (1901-1905), documento fabbricato ad arte dai Servizi segreti della Russia zarista che accusava gli ebrei del mondo di voler costruire un centro di potere unico per dirigere l’economia mondiale (idea che venne ripresa e propagandata anche da Stalin negli anni ’20 e ’30 del Novecento), al Mein Kampf (la mia battaglia) di Adolf Hitler, libro scritto in carcere dopo il tentato colpo di stato di Monaco (1923), nel quale gli ebrei vengono accusati di agire “come i peggiori bacilli” che succhiano il sangue del popolo tedesco. Normale che, se l’ebraismo è una malattia, essa debba essere debellata con ogni mezzo.

la Polonia e gli ebrei

E in Polonia? Quale era la situazione degli ebrei polacchi? Dopo la grande depressione economica internazionale, causata dal crollo della borsa valori di Wall Street nel 1929, anche in Polonia si accesero numerosi focolai antiebraici. Attorno alla metà degli anni ’30, gruppi di agitatori politici di estrema destra incitarono i contadini (all’epoca la principale professione svolta dai polacchi) a boicottare i negozi degli ebrei. Ciò condizionò le scelte anche di alcuni ordini professionali, che posero vincoli all’ingresso di professionisti ebrei.

Nonostante queste tensioni sociali, città come Cracovia avevano al loro interno quartieri in cui i cristiani convivevano pacificamente con gli ebrei. Il quartiere di Kazimierz, situato a sud della cattedrale e del castello di Wawel, sin dall’Ottocento ospitava botteghe, negozi e luoghi di scambio di entrambe le religioni, come si può notare dalla presenza, a poca distanza, di sinagoghe e di chiese cattoliche. Vicine alla enorme chiesa del Corpus Domini, costruita nel 1300, abbiamo la Vecchia Sinagoga e la Sinagoga Remuh, entrambe fondate attorno al 1557-1560. Inizialmente Kazimierz, aperto nel 1335, doveva essere un quartiere murato, separato dalla città, nel quale, ad inizio Cinquecento, gli ebrei potevano insediarsi per lavorare e mettere su famiglia. Nel corso del XIX secolo, esso divenne un vero e proprio centro di cultura ebraica, con un importante ospedale e numerosi studiosi di teologia, filosofia e arte.

Occorre prendere il potere politico per poter agire: Mussolini nel 1922, Stalin nel 1924 e Hitler nel 1933, per quanto fossero stati in alcuni casi sostenuti dagli ebrei (come in Italia), adottarono leggi o presero posizione contro gli ebrei: dai pogrom di Lenin e Stalin, ai divieti di accesso al lavoro, agli studi, alle professioni emanati da Hitler nel 1933, sino alle leggi razziali italiane del 1938.

Cracovia (con cartina)durante la Seconda guerra mondiale

La popolazione del ghetto di Kazimierz ammontava a circa 65000 persone, negli anni ’30 del Novecento. Nel 1945 di costoro erano rimaste vive solo 6000 (attualmente, gli ebrei che vivono a Cracovia sono circa 250). Dopo la sconfitta dell’esercito polacco con le truppe naziste a ovest e russe a est nel novembre 1939, circolarono con sempre maggior insistenza voci sulla istituzione di un ghetto a Cracovia.

Questa delibera divenne pubblica nel marzo 1941. Essa stabilì che tutti gli ebrei di Cracovia avrebbero dovuto lasciare Kazimierz entro venti giorni per andare a stabilirsi nel quartiere Podgòrze, al di là della Vistola. All’interno di questo nuovo ghetto, circa 16.000 persone dovettero stiparsi in circa 320 immobili. Appena concluso il trasferimento, i nazisti costruirono enormi mura di contenimento, per evitare che gli ebrei potessero uscire dal ghetto senza permesso.

Nelle nuove condizioni di vita, sovente pessime, si nota un luogo in cui gli ebrei potevano ritrovarsi per leggere gazzette proibite, discutere, chiedere favori personali, dormire durante il coprifuoco, oltre che avere medicinali: la farmacia All’Aquila, in piazza Zgody.

A partire dal giugno 1942, i nazisti effettuarono diversi rastrellamenti nel ghetto, ammassando le persone identificate in quella piazza. Da qui, costoro raggiungevano a piedi la stazione ferroviaria di Krakow Plaszòw da cui partivano i convogli per i campi di concentramento in Ucraina e, soprattutto, per Auschwitz. Queste deportazioni dipendevano dagli accordi stipulati nella cosiddetta “Conferenza di Wannsee” (20 gennaio 1942), nella quale Hitler aveva deciso di attuare la “soluzione finale” dei circa 11 milioni di ebrei europei, affidando il compito della sua organizzazione a Reynard Heydrich.

Oggi, non distante dal campo di Plaszow, è possibile visitare la fabbrica dell’imprenditore delle stoviglie Oskar Schindler, cui il regista Roman Polanski aveva pensato di dedicare il suo film “Schindler’s list”. La perdita della madre dell’artista, avvenuta proprio a seguito di un rastrellamento tedesco nel ghetto di Cracovia, e la sua successiva depressione, non gli permisero di ultimare le riprese. Per questo la regia di quest’opera è stata affidata all’americano Steven Spielberg.

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2 Risposte

  1. Roberto Bianchi
    | Rispondi

    Tutte le volte che si parla della “soluzione finale”, non posso non ricordare la visita al campo di stermino di Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile della Germania.
    Avevo forse 14 anni, ma il ricordo e la sensazione opprimente che quel luogo rilasciava mi sono rimasti nella memoria.
    La fabbrica per cui quelle donne e bambini lavoravano come schiavi e morivano stremati o nei forni e negli ultimi giorni falciati dalla mitraglia, era la Siemens AG.
    Grazie Paolo per questo articolo sempre necessario per non dimenticare cosa riescono a fare dei bravi padri di famiglia quando non ragionano e si trasformano in terribili carnefici.

  2. Giuseppe Migliore
    | Rispondi

    Articolo molto interessante, riguardando, insieme agli alunni della mia classe “Schindler’s list”, ho potuto cogliere alcune sfumatura che mi erano sfuggite, come ad esempio il sovraffollamento dopo lo spostamento nel quartiere di Podgòrze, nella frase “stanotte ho sognato che eravamo in dodici nel mio appartamento”.

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