Diaspora

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Per necessità economica, per muovere guerra, per amore, per curiosità, per scappare da una situazione che mette in pericolo la vita, da sempre le persone si sono spostate, si spostano e si sposteranno. Cercherò di dare un ordine cronologico alle canzoni che troveremo in questo articolo e la prima, quella degli Almamegretta, affronta uno dei “movimenti” più antichi, quando Annibale, grande condottiero Cartaginese, intraprese un lungo viaggio attraverso la penisola iberica fino a varcare le alpi accompagnato da alcuni animali a dir poco ingombranti, i suoi elefanti.

Questa canzone, che può fregiarsi della stupenda voce di Raiz, oltre a incentrarsi sulle migrazioni ci ricorda che la “mescolanza” è sempre esistita e, in un certo senso, siamo tutti “figli di Annibale”. Molte canzoni popolari sono dedicate a chi abbandonava il proprio paese o la propria regione, si pensi a “Piemontesina bella”, “Romagna mia” ma la prossima canzone, pur essendo, a pieno titolo, una canzone di musica folcloristica piemontese, tanto da essere inserita da Alan Lomax nella sua “The Italian treasury”, affronta il tema del sogno americano. Piccola parentesi sul come io sia venuto a conoscenza di questa raccolta. L’anno scorso, preso dai miei articoli qui sul blog, mi iscrissi ad un corso di aggiornamento dal titolo “La storia della repubblica attraverso la musica leggera”. Fu molto interessante, anche se la maggiorparte delle canzoni erano più incentrate sull’aspetto sociologico che quello storico. Mi colpì particolarmente la storia di questo signore che affascinato dalla musica popolare girò il mondo e, dopo aver trascorso un certo periodo nello stivale, da quest’esperienza, realizzò un libro “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia” e una raccolta di CD, circa una quindicina, con canti popolari italiani registrati anche per strada e con alcune interviste che introducono alcuni pezzi.

In questa canzone, probabilmente databile tra la fine del XIX e l’inizio del secolo scorso, e che ho postato in una remake del duo Max Pezzali e Arisa, si parla dell’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti e, guardando alla tragica fine della protagonista, confrontandola con la situazione attuale che vede nel solo 2017 oltre tremila morti nel mar Mediterraneo ci fa riflettere come a distanza di un secolo la condizione di chi migra rimanga comunque molto precaria. Stesso tema e finale identico per Titanic di De Gregori, che attraverso l’unico viaggio del transatlantico più famoso del mondo ci riporta al miraggio ch,e in quegli anni l’approdo, a Ellis Island costituiva. Proprio all’isola in cui venivano tenuti in quarantena gli immigrati nei primi anni del secolo scorso negli U.S.A. è dedicata la canzone linkata dei Mau Mau, in rigoroso dialetto piemontese, come nello stile di questo gruppo.
Per molti il viaggio negli Stati Uniti è stato un sogno, un miraggio, ma il grande Bob Marley, in una delle sue canzoni più famose, Bufalo Soldier, ci parla di chi invece è stato portato con la forza “stolen from Africa, brought to America”. Proprio in questi giorni ho caricato su facebook le foto del mio ultimo viaggio in Inghilterra, ed in particolare a Bristol, una delle città da cui partivano le navi destinate a prendere gli schiavi dall’Africa per portarli nelle piantagioni americane, li si trovano, anche in alcune chiese, delle installazioni che ricordano come la ricchezza di questa città si sia costruita anche su questi commerci (in)umani. La foto ad inizio articolo è un omaggo a Caboto che si trova nel porto di Bristol, immortalato insieme a un noto molestatore di statue.
Se per molti italiani il viaggio era verso ovest c’era un’onda che andava in direzione nord, verso il Belgio, ma, soprattutto verso la Germania, in particolare un’onda calabra di cui ci hanno voluto parlare “Il parto delle nuvole pesanti” canzone poi ripresa, con testo modificato, in un noto film con Checco Zalone. L’industrializzazione ha però spnto le persone anche a spostarsi dalla campagna verso la città…

In questa canzone di Tenco si analizza il grande conflitto interiore di un ragazzo che decide di lasciare la famiglia, il suo amore, per andare a cercar fortuna in città. Qui, se mi permettete una similitudine, si sente un po’ come l’albatro di baudleriana memoria e, inadatto al nuovo contesto, sente il bisogno di tornare… “e non capirci niente e avere voglia di tornare da te”. Un altro artista che ha cantato la sofferenza di chi lascia la campagna per la città è Adriano Celentano con due canzoni, una molto popolare,canzone che le persone della mia età conoscono a memoria, “Il ragazzo delle via Gluk“, l’altra, a mio parere altrettanto bella, ma meno nota è “La storia di Serafino“. La città, con le sue luci, le sue fabbriche, il futuro che diventa presente erano un richiamo, un sogno che il torinese Luca Morino, ex cantante Mau Mau, ci descrive in questo brano:

Mira è Mirafiori, dove la fiat offriva la possibilità di un lavoro, e tutto intorno, come funghi, spuntavano palazzi che accoglievano i lavoratori, spesso immigrati in cerca del sole, quasi una situazione ossimorica nella città della nebbia 🙂 Situazione molto diversa per motivazioni, ma simile per “spostamento” è quella cantata dal mio gruppo preferito, si sempre loro, nella canzone “Pasta nera”  in cui si parla di quel fenomeno migratorio dell’immediato dopoguerra in cui i bambini del sud vennero mandati, con i cosiddetti “treni della felicità”, presso alcune famiglie dell’italia centrosettentrionale. Se vi interessa l’argomento Alessandro Piva ha realizzato un documentario con lo stesso titolo della canzone.

Questa canzone, che in realtà ho scoperto da pochissimo, mi ha subito conquistato sia per la sua musicalità, molto Rino Gaetano style, che per il testo: è la storia di un ragazzo che si trasferisce al nord per lavoro e per questo perderà sia l’amore che la sua integrità fisica.

Può essere definito uno dei più famosi cantanti di patchanka, genere musicale della mescolanza, che unisce suoni e lingue diverse, Manu Chao, prima insieme ai “Mano negra” e successivamente solista, in un brano dal titolo eloquente

La canzone è la descirzione della vita di un clandestino costretto a correre per “burlare” la legge. Questa canzone a me ricorda molto la situazione di Adriano Meis, in particolare nel passaggio in cui dice che la sua vita è rimasta tra Ceuta e Gibilterra, quasi come se la perdita dei documenti fosse un po’ una perdita di identità. “Mi vida la dejé / Entre Ceuta y Gibraltar / Soy una raya en el mar / Fantasma en la ciudad / Mi vida va prohibida / Dice la autoridad”

In questa canzone molto più recente c’è uno scenario completamente opposto, in questo caso l’artista, nato in italia, ma di origini tunisine, vuole affermare il suo contesto culturale in contrasto con chi, di fronte alla sua pelle scura, lo invita a ritornare al suo paese, “quando mi dicon vai a casa, rispondo sono già qua”.

Ed ora un paio di ringraziamenti, In primis ad Aurelio che mi ha suggerito la canzone “Mamma mia dammi 100 lire” raccontandomi di come quando era piccolo suo papà e suo nonno la cantavano spesso; in secundis, Mario Dellacqua che ha organizzato a None una serata sul tema “Quando i migranti eravamo noi” e che mi ha dato spunto per questo articolo e per alcune canzoni come quella che chiuderà questo articolo e che è stata quella che più persone hanno cantato quella sera

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2 Risposte

  1. Meyer
    | Rispondi

    Come al solito non posso che farti i complimenti per questo articolo pieno di informazioni musicali con i loro risvolti sociali e culturali su un tema come questo del migrare che mi coinvolge molto visto che come lavoratore alberghiero mi sono spostato spesso in gioventù, passando un po’ più di 6 anni in paesi stranieri.

    Ho vissuto in prima persona i temi trattati nelle canzoni. TUTTI, nessuno escluso, Come italiano, mi hanno trattato bene e male, sono stato felice e infelice, accettato e schifato. Ho visto moltissimi connazionali che con grandi sacrifici sono riusciti a guadagnarsi un posto nelle società in cui cercavano di integrarsi, riuscendoci, ne ho visti molti altri non riuscirci e vivere continuamente nel ricordo del loro paese.

    Da queste storie ed avventure, ho imparato che la società deve accogliere, ma anche che chi migra deve essere pronto e disposto a cambiare per inserirsi e vivere in modo pieno le esperienze che ogni paese dà.

    La prima cosa utile per integrarsi è la lingua e poi riuscire ad adattarsi a nuove regole ed usi. Questo non vuol dire abbandonare le proprie tradizioni.

    L’intelligenza serve per evolvere, e capire di essere in un posto diverso, significa evolvere, adattandosi a quel luogo per riuscire a vivere meglio o perfino riuscire a crearsi un nuovo motivo di vita.

    Sono contento due volte, non una, La prima, per il coinvolgimento nel leggere il tuo articolo e la seconda perché da questo traspare la crescita che scrivere sulla community porta ad ognuno di noi,

  2. Giuseppe Migliore
    | Rispondi

    Grazie mille, ho fatto molte meno esperienze lavorative all’estero ma molti viaggi da turista e, nel mio piccolo, confermo quanto da te affermato, per questo motivo cerco sempre di imparare almeno le parole più importanti nel paese dove vado, anche solo per un breve periodo. Questo è più difficile in paesi in cui anche la scrittura è diversa, come Russia, Cina, paesi con lingua araba, Thailandia, ecc. Ricordo quando sono arrivato a San Pietroburgo la difficoltà di trovare una via…
    Colgo l’occasione per augurare un felice 2019 a te e a tutti i naviganti di questa comunità!

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