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Documento 2 del tema sul male, la colpa, la responsabilità: Nicola Lagioia, “La città dei vivi”.

Che cosa resta della colpa quando il reo [colpevole] non è più capace di riconoscerla? Marco Prato e Manuel Foffo non avevano idea che avrebbero potuto commettere un omicidio quando si erano incontrati la prima volta, non lo avevano messo in conto quando si erano visti la seconda, e persino a marzo, quando, chiusi in casa, sprofondati nel delirio, non  avevano capito che cosa stavano facendo fino a quando si erano trovati a farlo. Addirittura sembravano non rendersene conto mentre lo facevano. “Ma allora sta succedendo davvero”, aveva pensato Manuel quando il massacro era iniziato.

Seppure ognuno avesse raccontato ai carabinieri il delitto in maniera diversa, aggiungendo o elidendo particolari rilevanti sul profilo giudiziario, ne parlavano come se ad agire non fossero stati loro ma qualcos’altro, un oscuro regista che aveva preso il sopravvento. […] Nessuno riusciva più ad imputarsi una colpa, nessuno riconosceva a se stesso la possibilità del male. Era il narcisismo di massa?

[…] Non era più l’uomo che affonda il coltello sapendo quello che fa, ma il criminale si sorprende di essere riconosciuto tale – quando non se ne scandalizza – sebbene abbia fatto esattamente ciò che fanno da sempre quelli come lui. […]

Un’ombra ristagnava in noi dalla notte dei tempi. Distruggere il più debole. Oppure indebolire il più forte per distruggerlo. L’aggressione come garanzia per la sopravvivenza. Colpire per sottrarsi alla paura di essere colpiti […] Farsi vincere da questa debolezza, da questa paura atavica [dei nostri antenati], significava scegliere: era qui che andava rintracciata la responsabilità individuale, in un’epoca in cui, cerchio retorico dopo cerchio retorico, questo concetto andava nascondendosi sempre più lontano. Altrimenti sarebbe stata la barbarie […] altrimenti […] il concetto di colpa si sarebbe dissolto insieme a quello di scelta, e noi saremmo stati, nella libertà della colpa, imprigionati per sempre.

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