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Educazione civica per giovani d’oggi. I tanti problemi del 2021

“Art. 1. L’Italia e`una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranita`appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita`, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili [non rimandabili] di solidarieta`politica, economica e sociale”.

Leggendo i primi due articoli della Costituzione Italiana del 1948, emerge chiaramente come uno degli aspetti fondamentali della nostra nazione sia il Lavoro. Subito dopo di esso, nel secondo articolo, i padri costituenti inserirono il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’individuo, ottenibili solo attraverso la solidarietà a livello politico, il sostegno economico alle persone in difficoltà e l’inserimento dell’individuo in un contesto sociale in cui egli possa vivere serenamente.

Oggi, prima, durante e dopo la pandemia da Covid-19, la situazione sembra essersi ribaltata rispetto al testo costituzionale: tutti i lavoratori (soprattutto i più giovani) vedono messi in discussione i diritti fondamentali di costruzione delle proprie esistenze, soprattutto a livello lavorativo. L’insicurezza in questo ambito impedisce di progettare il proprio futuro con la serenità teorizzata dal secondo articolo della nostra Costituzione.

Pessimismo dettato dall’epidemia di questi ultimi mesi? Non sembra, mettendo a paragone due testi, uno poetico di Valerio Magrelli (Roma, 1957) e l’altro storico di Miguel Gotor (1972), nei quali si evidenzia in modo molto netto come i giovani siano progressivamente stati resi incapaci a crescere. La loro perenne adolescenza è utilissima solo per chi vende o ha un interesse economico: è giusto che i ragazzi si preoccupino di consumare, di godersi la vita, prima che di aiutarsi nel costruire il domani loro e di tutta la società civile. Così facendo, la società si chiude in se stessa, non progredisce, e tende a dare spazio solo all’egoismo dei singoli, sempre più rivolti al loro nuovo modello di smartphone o di Playstation.

Leggiamo insieme una poesia scritta nel 2010 dal poeta e traduttore Valerio Magrelli, Giovani senza lavoro. Essa parla di quanto il mantenimento che i genitori assicurano ai ragazzi impedisca loro di crescere e li costringa a languire in un eterno presente, in cui nulla è più autentico, tutto è solo divertimento immediato, senza scopo nel futuro: una “vita a metà”.

“Giovani senza lavoro”


I.


Giovani senza lavoro
con strani portafogli
in cui infilare denaro
che non è guadagnato.


Padri nascosti allevano
quella sostanza magica
leggera e avvelenata
per le vostre birrette.


Condannati a accettare
un regalo fatato
sprofondate nel sonno
mortale dell’età,


la vostra giovinezza,
la Bella Addormentata,
langue nel sortilegio
di una vita a metà.


II.


Giovani senza lavoro
chiacchierano nei bar
in un eterno presente
che non li lascia andar.


Sono convalescenti
curano questo gran male
che li fa stare svegli
senza mai lavorare.


Di notte sono normali,
dormono come tutti gli altri
anche se i sogni sono vuoti
anche se i sogni sono falsi.


Falsa è la loro vita,
finta, una pantomima
fatta da controfigure,
interrotta da prima. 

Sarà proprio così? Leggiamo insieme uno stralcio dal saggio storico L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor (edito nel 2019). “Nel 1999 Jeff Bezos, oggi l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale stimatoin 150 miliardi di dollari, era soltanto l’ideatore della piattaforma di commercio on line Amazon, specializzata nella vendita di una merce antica, il libro […] In quell’anno provò a immaginare il mondo del 2020 e profetizzò che la “stragrande maggioranza dei prodotti oggi acquistati in negozio […] sarebbero stati comprati on line”. […] L’inarrestabile successo del commercio online è stato determinato principalmente da due fattori: la rivoluzione tecnologica realizzatasi con internet, grazie alla diffusione della banda larga, della connessione veloce nelle abitazioni private e degli smartphone, e la straordinaria efficienza raggiunta dalla pubblicità nella rete […] La profezia di Bezos, pertanto si è avverata su scala globale spostando il cuore del lavoro come valore dalla produzione alla distribuzione con lo scopo di realizzare ingenti profitti facendo pagare poco al maggiore numero possibile di persone con le quali si è instaurato un crescente rapporto di fiducia. […] E’ vero che si fa in un attimo a soddisfare il bisogno di consumare del cliente (“basta un clic”), ma è altrettanto indubitabile che questo modello commerciale tende, con altrettanta rapidità, a distruggere più posti di lavoro di quanti riesca a crearne, e, per di più, con una qualità inferiore. […] I lavoratori sono di due tipi: gli interinali […] e gli assunti a tempo indeterminato. I ritmi di lavoro sono gestiti e smistati da un algoritmo e controllati da un manager che sul computer monitora in tempo reale le prestazioni di ciascun lavoratore. […] L’Automazione di Amazon e di piattaforme commerciali analoghe produrrà un inevitabile aumento della disoccupazione. […] Nel futuro che ci aspetta, un numero sempre maggiore di uomini “sarà costretto a consumare senza produrre. Ne deriverà una riduzione dei consumi e un aumento dei conflitti sociali”. Per nascondere il problema di tale crescente disoccupazione tecnologica – oggi non licenziano più soltanto le aziende in crisi, ma anche quelle floride perché ritengono più utile il lavoro svolto da robot – la tendenza è quella di escogitare trucchi statistici e occasioni pretestuose per mantenere una parte della popolazione attiva in condizione di apparente occupazione e di reale subordinazione. Ma ciò aumenterà inevitabilmente la paura e la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione. […] L’effetto di questo processo all’apparenza inarrestabile è che le società si frammentano e si individualizzano sempre di più e le professioni che non possono essere automatizzate, come l’insegnamento o il lavoro di cura e di assistenza, vedono ulteriormente decadere il loro valore nella scala sociale.

  1. Roberto Bianchi
    | Rispondi

    Questo del lavoro giovanile è qualcosa con cui dovremmo fare i conti tra non molto tempo. Fino a qualche anno fa si diceva che i giovani preferivano stare a casa, stipendiati dai genitori, ed eravamo tutti contenti, si pensava che quando il pargolo avesse avuto voglia di uscire dal nido avrebbe trovato qualcosa da fare.
    Oggi quando vedo giovani che nonostante tutti i loro sforzi, non riescono che a trovare occupazioni che non possono essere chiamate lavoro, perché durano qualche settimana o sono chiaramente situazioni di sfruttamento, mi domando quale sarà il futuro del nostro sistema sociale. Si sente parlare di crescita demografica zero, quasi fosse l’unico problema. Ma come fa un giovane a programmarsi una vita se non riesce ad immaginare il futuro della settimana prossima.
    Chi ci ha portato a tutto questo? il mercato? la politica? la globalizzazione? Non so dare una risposta, è troppo complicato per me, sicuramente capisco che in questo modo non può funzionare e chi dovrebbe avere lungimiranza, dovrebbe cominciare ad attuare politiche che contrastino questa decadenza.
    In caso contrario, posso pensare, che sia tutto parte di qualche progetto a lungo termine i cui risultati non richiedono grande immaginazione per essere compresi.

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