La sera fiesolana, riassunto e commento della poesia di D’Annunzio

La poesia La sera fiesolana è tratta dalla prima sezione di Alcyone – il terzo volume delle Laudi del cielo della terra del mare e degli eroi, edito nel 1903, dopo Maia ed Elettra e prima di Merope e Asterope – e fu scritta nel 1899 (per l’allora amante del poeta, l’attrice Eleonora Duse). Essa è una delle creazioni più ricche di musicalità di Gabriele D’Annunzio.

La poesia si compone di 3 strofe, di 14 versi, di varia misura, con un’Antifona di 3 versi a chiudere ciascuna delle tre strofe
(qui D’Annunzio riprende il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, ad inizio verso: laudata
sii…
). Il linguaggio che D’Annunzio utilizza è molto prezioso, ricercato; il suo vocabolario è ricavato
dal latino e dall’italiano antico (verso 23: rosei diti, al posto delle rosee dita dell’Iliade di Omero). In
diversi casi (ad esempio anche nei verso 1) si trovano sinestesie (ad esempio: parole, pronunciate
a livello uditivo, + fresche, che non si sentono con le orecchie ma al tatto), allitterazioni (verso 2: fruscio che fan le foglie) e analogie (viso di perla).

Nella prima strofa, siamo a Fiesole, in Toscana, in un ambiente naturale fatato: una distesa di
colline su cui crescono ulivi. Siamo alla fine della primavera, al tramonto, in un testo in cui
pochissimo succede: un uomo, su una scala che sta diventando nera perché il sole sta calando, raccoglie foglie di gelso, con un fruscio che il poeta sfrutta in modo sinestetico, unendo il suono di questo gesto ai colori
sfumati della luna che sta spuntando all’orizzonte. L’arrivo della luna permette al poeta di immaginare: egli vede
scendere sulla terra il velo argenteo lunare, che ricoprirà ogni pianta; la rugiada che, grazie all’abbassamento della temperatura, bagnerà tutte le campagne fiesolane, darà loro la pace della notte.

Nella seconda strofa, il poeta (rimasto Superuomo, come aveva teorizzato Nietzsche), spera che le
sue parole, pronunciate in quella magica serata, possano essere dolci come la pioggia che,
cadendo sulle foglie, faceva un rumore soffuso in quel momento della giornata, sul fare dell’estate. E la pioggia cade sulle piante delle colline: i gelsi gli olmi le viti e i pini dalle dita rosee (ovvero appena germogliati). In questo momento non è più primavera, né ancora estate: il grano non è secco, ma non è più verde. Gli olivi sembrano guardare verso l’alto con le loro foglie, non ancora del tutto verdi e pallide (quindi sante, come il santo del
luogo, Francesco). La sera viene lodata, nella seconda antifona, per i suoi vestiti profumati
(aulenti), ovvero per il profumo che promana dalle piante lungo le colline.

Nella terza strofa, il poeta spiegherà alla sua donna (è l’unico a poterlo fare, dispone a suo
piacimento della Parola in quanto Superuomo) verso quali regni amorosi ci porti il fiume Arno, che
solca la valle di Fiesole, le cui fonti custodiscono un segreto, come le colline fiesolane, che per la
forma sembrano essere delle labbra socchiuse, pronte a parlare. Qui la Natura viene fatta parlare
dal Poeta Superuomo. Egli le permette di spiegare agli uomini quale segreto racchiudano. Sia dunque lodata la sera, nella terza antifona, per la sua morte e per il suo diventare notte, in cui palpita la luce delle stelle che
iniziano a vedersi in lontananza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *