La storia della mafia in Italia (1860-1994). Parte 1: l’Ottocento

Cari ragazzi, dato che l’educazione alla cittadinanza costituisce una delle forme più forti all’educazione alla legalità, inizia qui un percorso in più tappe dedicato alla storia della mafia italiana, colta nei suoi intrecci con politica ed economia, lungo tutto il Novecento. Al fondo, una filmografia per capire qualcosa di più sul tema. Buona lettura e buona visione!

Quando nacque la mafia? La domanda è da 1 milione di dollari. Secondo Il romanzo di un bandito di Giuseppe Petrai, la Mafia nacque a Mazara del Vallo nel giugno del 1799, all’interno di una taverna; secondo Pasquale Villari, storico e studioso, la Mafia nacque per generazione spontanea. Il termine mafia prese piede, anche nell’italiano colto dei vocabolari, dopo l’Unità: se ne parlava già in un romanzo I mafiusi di la Vicaria di Giuseppe Rizzotto e, nel 1865, un funzionario di stato, il prefetto di Palermo Gualterio, indicava stretti legami tra potere politico e l’ardire, l’essere baldanzoso, l’arroganza di chi si chiamava mafioso. La Sicilia, sin dal Medioevo, era una terra feudale, in cui il popolo obbediva ai principi senza fiatare: nel 1129 era stato creato dal normanno Ruggero II un parlamento siciliano, ma in seguito le dinastie che ressero l’isola non vi abitarono stabilmente quasi mai. Ciò diede modo di far nascere, nelle coscienze dei siciliani, l’idea che il potere non riguardasse mai i siciliani in prima persona, ma solo stranieri: essi diventavano perciò uomini da odiare in quanto fastidiosi controllori esterni (esempio molto forte di quest’insofferenza contro il potere esterno furono i cosiddetti Vespri siciliani, che portarono nel 1282 la popolazione isolana a ribellarsi ai francesi). Sicuramente, un nesso molto forte, utile a spiegare il radicamento del pensiero mafioso, fu il subdolo legame tra nobili locali e popolo: quest’ultimo fu più volte utilizzato dagli aristocratici per costituire, attorno al duca o al conte di turno, bande di rivoltosi che attaccavano gli esponenti del potere costituito. La mafia alta, quella dei padroni, dei latifondisti e dei nobili, si univa alla mafia bassa del popolo, in una rete così estesa da non poter essere chiarita da alcun estraneo al sistema di vita della Sicilia: ciò fu molto chiaro nei primi cinquant’anni dopo l’unificazione della penisola italiana (1861-1901), dato che anche Garibaldi si servì del popolo nella sua avanzata anti borbonica del 1860-61 e che, quando il siculo Francesco Crispi prese il potere come ministro dell’interno nel 1876, si iniziò a negare apertamente l’esistenza di una mafia, di un secondo stato nello Stato. Fu questa una reazione all’Inchiesta sulla Sicilia (condotta a termine nello stesso anno da Leopoldo Franchetti e da Sydney Sonnino, futuro ministro degli esteri italiano), nella quale appariva invece già assodata la presenza di un secondo stato che era in grado di delinquere e sfuggire alla giustizia grazie a numerosi fiancheggiatori e sostenitori dei briganti mafiosi, al soldo dei nobili (all’epoca quasi tutti appartenenti alla massoneria siciliana).

Uno dei primi tentativi di contrasto al potere della nobiltà siciliana appartenente alla mafia si ebbe nel 1893, con i Fasci siciliani: una serie di scioperi e di blocchi della produzione attuata dai contadini sfruttati dai latifondisti. Con la scusa di aggredire il pensiero socialista che si stava diffondendo in Sicilia, il primo ministro Crispi fece attribuire ai prefetti maggiori poteri di controllo sociale. Un’altra roccaforte del potere politico era il controllo del comitato di amministrazione del Banco di Sicilia. Nel 1893, uno dei pochi nobili di moralità specchiata, allontanato da Crispi dalla direzione generale del Banco di Sicilia, venne ucciso a pugnalate sul treno Messina-Palermo, il suo cadavere gettato da un finestrino nei campi. Il suo omicidio è simbolico di una lunga stagione di omertà: a parte due ferrovieri che lo avevano pugnalato, il mandante venne scoperto in un certo Palizzolo, deputato al parlamento di Roma, amico di Crispi, processato e condannato a trent’anni di carcere nel 1902. Il rischio di una rivolta in Sicilia, la minaccia di una secessione dall’Italia convinsero il neo primo ministro Giolitti a cercare una mediazione con la nobiltà latifondista siciliana. Per evitare problemi al nord, si accettò l’idea che la Sicilia poteva essere abbandonata nelle mani dei mafiosi. Palizzolo, in cassazione, fu scagionato per mancanza di prove e liberato.

Fu il trionfo della mafia e dei suoi sostenitori: i latifondisti e i gabelloti, ovvero coloro che, dopo aver affittato dai proprietari i grandi feudi, li dividevano e li davano in affitto ad amici degli amici (tenendosi ovviamente in tasca una parte degli affitti riscossi). I cugini Nino e Ignazio Salvo, due tra i più importanti mafiosi siciliani tra gli anni ’50 e ’90 del Novecento, sono stati gli ultimi prosecutori di questa “nobile” professione.

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