Ossi di seppia e Satura di Eugenio Montale (1925; 1971)

La prima raccolta di poesie di Montale, datata 1925, è uno dei libri antidannunziani più importanti della letteratura italiana di primo Novecento. Al suo interno, insieme ai riferimenti all’ambientazione ligure, fatta di limoni, bossi ligustri e altre piante della macchia mediterranea, assistiamo ad una forte presa di distanza dal Superuomo, dal creatore di parole che avevamo incontrato nell’altra grande raccolta poetica dannunziana Alcyone, uscita nel 1902. Clicca qui per una spiegazione più particolareggiata delle poesie Non chiederci la parola, Spesso il male di vivere e Ho sceso un milione di scale (tratte dalle raccolte Ossi di seppia e Satura).

Se in quest’ultima antologia D’Annunzio descriveva con parole alte, latinismi, termini inconsueti o stranieri il percorso che l’autore stesso e la sua compagna Ermione, alla foce del Serchio, compivano per trasformarsi in Natura, da uomini che erano, in Ossi di seppia Montale vuole portare il lettore distante dai “poeti laureati”, dai poeti colti che parlano la lingua dell’aristocrazia o dell’alta borghesia. Parole semplici, luoghi semplici, comuni, sono i suoi tratti costitutivi più forti. Per questo, Montale non teme di fare riferimento a chi, più di tutti in quegli anni, si era staccato da D’Annunzio: i poeti crepuscolari. Costoro si erano rivolti agli ambienti provinciali, alle domestiche, ai quadri dei piccoli paesi, alle delusioni dei poeti che capivano di vivere in una società che non li amava.

L’osso di seppia rievoca simbolicamente la vita umana. L’osso è esito della decomposizione del mollusco. Sembra duro, ma è molto fragile. Qui, la contraddizione tra la poesia “alta”, che parla solo di contenuti superumani, e la poesia “bassa”, che comprende di non avere parole definitive, forti, di fede, da lasciare agli uomini che la leggono.

La vita umana, trasferita lungo i sentieri dell’entroterra ligure, che guarda verso il mare, concepito come luogo vasto, in grado di spurgarsi da sé dalle proprie impurità, non è nient’altro che un’ombra che costeggia un muro tutto scalcinato, sbrecciato. L’uomo vorrebbe tendere all’assoluto, alla Verità dell’esistenza. Non può, perché dovrebbe scavalcare questo muro. Il quale è ben difeso da cocci aguzzi di bottiglia, alla sua cima. Questo muro non si può oltrepassare, per non ferirsi. Bisogna stare al di qua, nella realtà banale, vuota, finta.

Una poesia che incarna molto bene il malessere dell’uomo del Novecento verso la storia e la vita che gli tocca è Spesso il male di vivere ho incontrato (pp. 770-771 dell’antologia delle classi quinte). Essa è una fotografia del malessere interiore, dell’insoddisfazione, del “male di vivere”, che Montale descrive, dandogli forma di oggetti di tutti i giorni, in forme diverse (un fiume strozzato, che prova a scorrere senza riuscirci, un cavallo stramazzato al suolo per la fatica di trainare un carro, una foglia accartocciata su se stessa, appena caduta dall’albero). La divina Indifferenza sarebbe la cura, lo stare distaccati dai problemi degli altri, nello stesso modo con cui Dio e gli Dei, se esistono, stanno distanti dai nostri. Ma ciò non è possibile agli uomini. Bisognerebbe, come avrebbe sperato di lì a pochi anni Vitangelo Moscarda (protagonista di Uno, nessuno e centomila di Pirandello), vivere come un sasso: privo di sentimenti e dunque senza la possibilità di soffrire (la statua nella sonnolenza del pomeriggio estivo, in una piazza calda, assolata, deserta; la nuvola, che vola alta e non si cura dei mali dell’uomo; il falco che vola in alto e si disinteressa di quanto capita sulla terra).

Di fronte a così tanto dolore che non si può sopportare e non si può spiegare, anche la parola dei poeti, sino ai crepuscolari (soprattutto sino a Totò Merumeni), medicina dell’anima di coloro che scrivono, perde significato e potenza.

In Non chiederci la parola, Montale, in tre quartine di metro diverso, parla in modo negativo della forza della letteratura. Sino ad oggi, i lettori hanno chiesto agli scrittori parole di verità, che spiegassero, come avveniva nel Romanticismo, perché si provava un certo sentimento, perché si avesse una certa idea o una certa posizione politica. Ora non è più possibile farlo. I lettori vogliono che spieghiamo loro in modo chiaro, a lettere chiare, di fuoco, come si vedrebbe un fiore di zafferano nel prato verde, il mondo in cui vivono? Non è più possibile: non ce la facciamo. Che bello, invece di cercare certezze, procedere nella vita come le persone che non si fanno problemi: camminano amici di se stessi e degli altri, e non badano alla loro ombra, che il caldo del pomeriggio stampa su di un muro sbrecciato. Sono persone che non pensano mai a quanto sia illusione tutto ciò che si vede con gli occhi: beati loro!

Ciò che il poeta può fare è solo comunicare qualche sillaba storta, insufficiente, inutile a soddisfare le richieste dei suoi lettori. Non dà più, come il Superuomo di D’Annunzio, certezze fatte di parole. Il poeta di oggi comunica incertezze, comunica il ribaltamento delle certezze del Positivismo: i poeti oggi possono solo spiegare chi non è l’uomo, che cosa non vuole. Sul resto non sanno che cosa dire. (pp.763-764 dell’antologia delle classi quinte).

Satura (1971)

Data la negatività del pensiero di Montale, anche nella sua penultima raccolta di poesie, Satura del 1971, si nota la presa di distacco dai valori della società dei consumi e della massa. Il tono e il lessico, qui, diventano colloquiali, bassi. Bisogna parlare di come si fa e si disfa la vita quotidiana: nulla di meglio che utilizzare lo stesso tipo di lessico banale che affolla le nostre giornate, la nostra routine. La troppa informazione ingolfa la mente, non le permette di farsi un’idea chiara di quanto accade. Per questo, in Satura, Montale usa una forma di parodia della scrittura giornalistica, intesa come gesto urlato, come scoop, privo di reale profondità. In questa raccolta, Montale parla anche di Dio, della sua assenza, ma anche della tradizione cristiana che fa parte del suo dna e che lo obbliga, senza alcuna ragione, a ipotizzare un aldilà, qualcosa che duri.

La poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale è un omaggio alla “Mosca”, ovvero alla moglie Drusilla Tanzi: donna piccola e minuta, che portava però enormi occhiali da vista (come gli occhi di una mosca). Montale ha trascorso con lei una lunga esperienza d’amore ma un breve matrimonio (l’aveva sposata solo nel 1962). Ora che lei non c’è più, il poeta confessa di essere ostaggio della società dei consumi: una società fatta di coincidenze di treni, di prenotazioni, di false speranze. Tutto l’insieme di cose in cui crede che la vita sia solo quello che di essa si vede e si tocca con mano.

La sua vita ha permesso a Montale di apprezzare la presenza della moglie, non perché con quattro occhi lei vedesse più e meglio di lui, ma perché le pupille di Drusilla, per quanto offuscate da problemi oculistici, vedevano molto meglio delle sue l’essenziale della vita umana. (pp. 790-791 dell’antologia di quinta)

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