Aperitivo al tavoloL’esperienza di miscelare liquori per ottenere bevande stimolanti è relativamente recente, l’intuizione e la pratica del cocktail, inteso come piacere dei sensi, è probabilmente da attribuire a quell’area geografica che racchiude il Sud degli Stati Uniti e le Grandi Antille in un periodo compreso tra la fine del ‘700 e l’inizio del XIX secolo.

Probabilmente al cocktail, nonostante l’esperienza letteraria di un personaggio di J.K. Huysmans, Floressas des Esseintes, non si possono attribuire origini nobili. Il dizionario “of slang and unconventional English” del 1951 fa risalire questa parola al 1809, nata con lo scopo di descrivere una bevanda composta di: spiriti, vino, amari, ghiaccio spezzettato. Ma dice anche che cock-tail era un termine colloquiale di livello estremamente basso, usato come sinonimo di “harlot”, per qualificare chi si prostituisce, e quindi si mischia con tutti. Cock-tail era ancora uno slang per indicare una persona attiva e decisa, d’origine incerta ma non un “throughbred”, che potrebbe essere tradotto con un cortese “persona d’origine sconosciuta”.

Il problema però non è conoscere quando, dove e chi ha ideato le misture alcoliche, ma intuire il motivo per cui in un certo momento si è sentita la necessità di chiamare le miscele alcoliche cocktail, nome con il quale si sono diffuse su tutto il pianeta.

Una delle prime menzioni del nome “cocktail” fu pubblicata sul giornale americano The Balance del 13 maggio 1806. Quell’articolo descriveva il cocktail come una miscela stimolante composta di spiriti, zucchero, acqua e amari. Non appariva alcuna indicazione comunque su come si sia formulato questo nome. Il già citato dizionario degli slang, afferma che tale parola arrivò in Inghilterra all’incirca nel 1860 e divenne popolare durante la Prima Guerra Mondiale.

Uno dei primi autori che provarono a spiegare la nascita del vocabolo cocktail fu il francese Marcel Boulenger il quale, nel 1905, scrisse che cocktail deriva da Coquetel nome di una miscela a base di vino, conosciuta da sempre nel bordolese e portata in America dagli ufficiali francesi ai tempi della Rivoluzione.

Altra spiegazione della parola cocktail è quella data nel 1938 da Peter Tamony, il quale la fa derivare da una bevanda della tradizione inglese chiamata cock-ale. Cock-ale era una bevanda usata nei secoli XVII e XVIII, ed era ottenuta lasciando macerare nella birra la carne di un gallo cedrone, sminuzzata e chiusa in un telo, insaporita con spezie, uva passa, chiodi di garofano e droghe varie. Dopo una settimana s’imbottigliava e si vendeva.

Sempre cock-ale era chiamata un’altra bevanda usata per stimolare i galli nei combattimenti.

Le leggende che vogliono far luce sulla nascita del nome cocktail sono numerose. Eccone alcune.
Nel Mississippi, durante l’epopea del gioco d’azzardo sui battelli a vapore, gli uomini lottavano tra loro, e il vincitore doveva portare sul cappello una piuma rossa di gallo. Il vincitore era chiamato il “gallo della via” e poteva bere qualsiasi alcolico nel bar del battello in un bicchiere che somigliava al petto di un gallo e con uno stirrer a forma di piuma di coda di un gallo.

La storia della “coda di gallo”, nome che pare rifarsi ai colori della bevanda, o alla variopinta coda di un gallo utilizzata per adornare la prima miscela è cosa risaputa.
Betsy Flanagan, chi la vuole donna dai facili costumi, chi figlia di un oste, uccideva i galli che la svegliavano all’alba e li cucinava ai propri amici o agli avventori della locanda del padre. Le penne variopinte delle code di quei galli fastidiosi le utilizzava per rendere le bevande che offriva più colorate e invitanti.

Un’altra Betsy Flanagan, o forse sempre la stessa, lavorava in una taverna in Hall’s Corner a New York, e qui, durante il periodo della rivoluzione, serviva ai soldati americani e francesi, il “tirasu di Betsy”. Un giorno qualche soldato americano rubò dei fagiani maschi agli inglesi, e si fece una grossa festa con brindisi alle bevande di Betsy “tanto divine che appagano il palato come le code di gallo fanno per gli occhi”. A questi brindisi un soldato francese rispondeva “vive le cocktail”.

Un’altra leggenda racconta che verso la fine dell’Ottocento, in seguito ad alcune scaramucce di confine, un generale americano, per risolvere questi conflitti di frontiera, s’incontrò con il re del Messico Axolotl XV. Come benvenuto, e per dare inizio alla riunione, una stupenda ancella portò in una coppa d’oro una bevanda sconosciuta. Subito sorse un problema di protocollo su chi doveva bere per primo. La fanciulla intuì l’imbarazzo e sorseggiò per prima la bevanda, salvando così la situazione. Il generale chiese chi fosse la fanciulla, e il re rispose che era sua figlia Coctel. Il generale tralasciando bevanda e figlia disse che Coctel sarebbe stato per sempre un nome onorato nell’esercito degli Stati Uniti. Così Coctel divenne ben presto Cocktail. Non c’è molto di vero in questa storia anche perché Axolotl non è proprio un re, ma una specie di salamandra che abita i laghi messicani.

C’è poi la bevanda preparata con cacao per il sovrano azteco Montezuma. Presso gli aztechi il cacahuatl – o cocoatl – era sinonimo di vigore e forza e chiaramente afrodisiaco. Gli spagnoli rimasero sorpresi dal “cioccolato” preparato dagli aztechi. Il gusto della bevanda doveva essere davvero potente, poiché ai semi di cacao, tostati e macinati, erano aggiunti pepe, peperoncino e altre spezie in polvere, miele e acqua. Il tutto era bollito e poi frullato fino ad ottenere una densa spuma. Questa è la bevanda offerta allo stesso Montezuma e alla principessa Tezalco nel giorno delle loro nozze, e che i due sorbirono con un paio di cannucce d’oro.
Al 437 di Royal Street a New Orleans, Stati Uniti, si trova una casa con una scritta: “Il cocktail è nato qui”. In questa casa, nei primi anni dell’800, un profugo di Santo Domingo, tale Antoine Amédée Peychaud, aprì una farmacia che presto divenne il luogo d’incontro dei suoi connazionali francesi e di una setta di cui faceva parte. Peychaud come benvenuto usava offrire una bevanda composta di un amaro, cognac e zucchero, aromatizzata infine con erbe e droghe. Per dosare gli ingredienti Peychaud usava un misurino chiamato coquetier, nome che passo alla bevanda e si trasformò in cocktail per via della cattiva pronuncia dei suoi amici di lingua inglese.

Non sono certo queste le uniche leggende sulla nascita dei cocktail. Sempre nella città di New Orleans, altri luoghi, come il famoso Bar Sazerac, e altre persone, si sono attribuite l’invenzione della miscela.
Una storia molto simile alla precedente, racconta che verso la fine del ‘700, sempre a Nuova Orleans, una certa Antoinette Peychaud vendeva nella sua drogheria una bevanda molto alcolica e amara alla quale si attribuivano capacità curative. Questa bevanda era servita in un contenitore a forma d’uovo chiamato “coquetier”. Gli avventori chiedevano quindi “un coquetier”. Pronuncia che divenne in breve cocktail.

C’era poi il vecchio dottore con l’abitudine di trattare alcune malattie della gola con un piacevole liquido, applicato bagnando la punta di una piuma della coda di un gallo. Nel tempo necessario a questa pozione per diventare uno sciroppo per gargarismi, il nome cocktail si era già diffuso per descriverlo.

Si racconta anche che il nome cocktail sia nato in Inghilterra, dove ai cavalli di grande qualità ma di origine mista, era tagliata la coda per poterli identificare. Questi cavalli erano chiamati “cocktails”. Un dottore di nome Johnson, che conosceva la parola, miscelò una bevanda ad un suo amico, composta di vino e gin, rassicurandolo che:”Sarebbe stato un vero “cocktail” di bevanda”.
Ancora in Inghilterra capitava che gli ufficiali del Secondo Reggimento Reale dei fucilieri del Sussex, erano chiamati, dagli altri reggimenti, “the cocktails” perché portavano piume sui cappelli.

Alla fine del discorso continuiamo a non sapere da dove viene fuori il nome cocktail. D’altronde lo scopo dei cocktail è renderci più felici quando li beviamo e non affliggerci la mente con domande relative alla loro provenienza; e poi non è sempre necessario sapere tutto. Ci vuole pure un minimo di mistero per una bevanda con funzione stimolante da consumare in compagnia, o in solitaria contemplazione, che aiuta a voler bene al prossimo e sembra colpire nella preparazione e nell’esecuzione i più nascosti pensieri umani.