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Sempre meglio che riflettere…! Spunti e temi sulla diversità, propria e degli altri.

Vogliamo provare ad esercitarci a pensare a quanto ci capita attorno? Vogliamo tentare di argomentare un pensiero, di spiegare il motivo di un nostro modo di vedere? Per farlo, possiamo utilizzare, da soli o tutti insieme, i seguenti brani di letteratura e saggistica contemporanea e poi provare a rispondere, per iscritto, alle domande collegate a ciascuno di essi.

Febbre di Jonathan Bazzi (2019)

No, mamma, non ci voglio andare. Non voglio più andare a scuola. Non voglio più parlare davanti agli altri, leggere, espormi, sopportare l’ansia e la paura ogni mattina. I tentativi che ho fatto finora hanno lasciato il posto a un nuovo rifiuto. Mai. Più.

Voglio andare in una scuola pratica, manuale. Nessuna parola, niente che abbia a che fare con la teoria. Mi piace tantissimo studiare ma non importa, ne farò a meno. Rinuncerò ai libri se il mondo poi vuole per forza farmeli declamare davanti a tutti. Quello che decido dev’essere: è più importante trovare qualcosa che non mi faccia male. Una scuola in cui si stia zitti.

Che cosa sono, cosa voglio essere? Sarò quello che posso, faccio finta che non sia la rinuncia più grande. Certo, sfoglio, guardo su internet.

Domande di comprensione del testo:

  1. Perché il protagonista del brano non vuole più andare a scuola?
  2. Quali sono i motivi che fanno nascere ansia in lui?
  3. A che cosa è disposto a rinunciare pur di non stare male interiormente?
  4. Perché continua a consultare internet?

Topografia della memoria di Martin Pollack (2020)

La prima lezione polacca la ricevetti da bambino, avevo cinque o sei anni allora e abitavo a Linz, il capoluogo dell’Alta Austria, in una zona che prima della distruzione causata dalla guerra si era chiamata Villenviertel e che anni dopo si sarebbe di nuovo chiamata così. Nell’epoca di cui si parla qui, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, non era rimasto molto della solida agiatezza borghese: numerose case erano ridotte in macerie, i giardini desolati, le strade piene di buche, le persone impoverite. In linea con questa immagine di miseria c’era il fatto che non lontano dalla casa dei miei genitori, in una grande villa danneggiata dalle bombe, alloggiavano dei profughi […] Più tardi venni a sapere che erano famiglie tedesche fuggite o che erano state espulse dalla Slesia, ma noi li chiamavamo, generalizzando e in modo dispregiativo, polacchi, perché arrivavano da quelle parti.

Polacchi, in questo termine che sentii allora per la prima volta sembrava esserci qualcosa di misero e pietoso perfino per le orecchie di un bambino, qualcosa di ancor più misero e pietoso del nostro mondo, che già allora era pietoso abbastanza. C’erano alcune famiglie stipate nella casa pericolante, soprattutto donne e bambini, uomini adulti non ne ricordo, forse erano caduti o erano stati fatti prigionieri. I polacchi, così era stato deciso dai bambini della nostra via, meritavano il nostro disprezzo e il nostro scherno. Perché la pensassimo in quel modo, oggi non lo so dire, era così e basta. Ci sentivamo superiori ai profughi, benché in quegli stessi anni  patissimo anche noi privazioni e fossimo vestiti male. Ma noi eravamo a casa, venivamo di là, mentre loro arrivavano da fuori, erano stranieri indesiderati che parlavano un dialetto sconosciuto che a noi appariva ridicolo. Beh, polacchi. Questo era per noi un motivo sufficiente per schernirli ed emarginarli.

Non ricordo che i vicini tanto disprezzati ci avessero in qualche modo infastidito o importunato: erano persone tranquille e per bene, e presumibilmente contente, dopo i disordini della guerra e della fuga, di aver trovato di nuovo un terreno abbastanza sicuro e un tetto sicuro sopra la testa. Ma questo non ci interessava: è risaputo che i bambini sanno essere crudeli e ingiusti, e noi canzonavamo e schernivamo quei vicini che erano stati cacciati dalla loro terra […] non appena li vedevamo e, a distanza di sicurezza, gli urlavamo contro epiteti e rime offensive. Per qualche motivo, una di queste rime mi è rimasta nella memoria, forse perché era così assurda: I polacchi ci hanno rubato i sacchi!

Per quale motivo i polacchi, che in realtà erano migranti di origine tedesca o profughi, avrebbero dovuto rubare proprio i nostri sacchi, non so dirlo, so soltanto che alcuni di loro, soprattutto le donne, erano visibilmente offesi per quella rima urlata oltre il recinto. Avevamo in serbo anche altri epiteti per quella povera gente, polacchi era uno dei più innocui, ma li cito qui perché nel mio caso non erano soltanto segno di maleducazione, ma anche di notevole stupidità. In fondo, io mi chiamo Pollack. Naturalmente questo non poteva trattenermi dal chiamare gli altri nello stesso modo con l’intenzione di ferirli. Se oggi ripenso a questo episodio, divento rosso di vergogna.[…] Come si fa, se ci si chiama Pollack, a dare del polacco a qualcuno? A tal proposito, a volte mi domando come sia possibile che i bambini reagiscano così di fronte a sconosciuti, ad altre persone. Dove lo imparano, a casa o per strada, dagli adulti o dagli altri bambini? Perché queste immagini ostili vengono trasmesse di generazione in generazione?

Domande di comprensione del testo:

  1. Perché l’autore da bambino chiamava polacchi alcuni sfollati dalla Slesia?
  2. Che cosa significa il termine “scherno”?
  3. Quali sono le caratteristiche che fanno credere ai bambini di Linz di essere “superiori ai profughi”?
  4. Che sentimento produce nell’autore ripensare alle rime offensive che indirizzava contro i polacchi nel secondo dopoguerra?
  5. Quali possono essere le cause che fanno nascere nelle persone, anche nei bambini, questo tipo di mancanza di rispetto verso il prossimo?

Il filo infinito di Paolo Rumiz (2020)

Tempesta di neve in Appennino. Circolazione ferroviaria in tilt. Verso le tre del pomeriggio arrivo alla stazione di Bologna per prendere un treno per Milano e vedo la paralisi di un’intera nazione. Nell’antro dell’alta velocità, i treni sono in ritardo di tre, quattrocento minuti. […] Le scale mobili sono prese d’assalto. Fiumane salgono e scendono nelle Malebolge del trasporto veloce. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, la sala d’aspetto è strapiena. Eppure, nonostante il frenetico andirivieni, nella pancia della stazione regna un’impressionante assenza di voci umane. Tutti sono chini sullo smartphone, chiusi in una bolla, e ciascuno cerca separatamente vie d’uscita alternative. Il web è un sedativo perfetto. Chi digita non protesta. Confina la rabbia su Facebook o Twitter. Continuerà a rifugiarsi in una realtà parallela. E’ allora che, in uno dei corridoi sotto i binari della stazione di superficie, registro la visione surreale di due poliziotti e due soldati in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi dei Freccia Rossa, attorniano in armi uno straniero di pelle scura che sta cercando affannato nella giacca documenti di cui verosimilmente è privo. Passano dei ragazzi con lo zaino, alcuni deridono il “clandestino”, ma la forza pubblica non reagisce. Una signora anziana interviene: “Ma perché ve la prendete coi poveracci, con tanti ladri in circolazione?”. Nemmeno allora gli uomini in uniforme danno cenno di reazione. La situazione è esemplare. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni alla crisi, l’autorità punisce l’alieno, indicandolo come obiettivo della rabbia della gente. Un depistaggio magistrale. […] Dove sono tutti gli altri problemi? I ponti crollano, il Paese si intasa di cemento inutile, va in crisi per una nevicata e lascia alle ortiche le sue montagne per un terremoto mentre la barbarie galoppa sul web, le storie degli onesti sono derise o oscurate dai giornali e i portatori di idee nuove vengono massacrati dai mediocri […] L’ignoranza dilaga insieme al rancore e all’impazienza, stimati capifamiglia picchiano gli insegnanti dei figli per un brutto voto e ogni tipo di autorità viene ripudiato dalle orde assatanate di Facebook. Ma lo Stato, anziché interrogarsi, cerca colpevoli, mette in croce il forestiero.

Domande di comprensione del testo:

  1. Dove si trova l’autore e che cosa sta accadendo mentre osserva quello che succede attorno a lui?
  2. Quale è la posizione del giornalista Rumiz in merito all’utilizzo degli smartphone e dei social media?
  3. Che cosa significa “capro espiatorio”?
  4. Perché il forestiero è sovente “capro espiatorio”, secondo te?
  5. Quello che hai letto ti sembra un brano ispirato dall’ottimismo oppure no? Perché?

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