Un ultimo minuto

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Fuori il vento è forte. Soffia da 235 giorni. Gli alberi sono piegati dalla fatica nel tentativo di resistergli. Ma chi se ne importa, tanto gli alberi sono una ricostruzione deformata messa lì, insieme ai piccioni finti, in un tentativo stupido di non farci sentire lontani da casa. Una casa abbandonata, perché instabile e fuori controllo.

Un viaggio che avrebbe dovuto portarci chissà dove. Rinascita, ricostruzione, un nuovo inizio, parole magiche per una scelta di vita antica. Cambiare per rinnovare.

Mi fermo per prendere un caffè. Anche il macinino del caffè ha un suono insopportabile. Cerco di non sentirlo, senza riuscirci.
Il caffè insieme al vento non è un buon sistema per rilassare i nervi. Ma l’unica cosa che riesco a fare per non pensare all’ultimo quadro fotodinamico che il dannato vento si è portato via, è bere caffè.

La sabbia sferza quello che rimane delle speranze di riuscire a far ripartire il sistema energetico logorato dal troppo tempo di inattività.
Non fermare qualcosa che deve muoversi, o non si muoverà più. È la prima cosa che impari, se vuoi un brevetto da meccanico addetto alla ricostruzione dei pannelli dinamici. Ma tutto si è fermato da solo, e non è più ripartito.

Passo il tempo a meditare sulle mie scelte di vita, a dove mi hanno portato. Tutto sembra finto, il mio pensiero ricostruisce situazioni ed eventi che credo di non avere mai vissuto, ma devo pensarli miei, per rimanere stabile.

Bevo piano il mio caffè e mentre guardo al mio destino incompiuto, La-eh-ar alla mia destra fa un movimento insolito, che ho imparato a riconoscere. Lo scheletro isotonico del robot dovrebbe aiutarlo nei movimenti continui e farlo sembrare naturale, ma il cedimento improvviso, e la caduta, mi fanno capire che per lui, il tempo è terminato. D’altronde, dopo 235 giorni senza energia, cosa potrebbe resistere. Peccato, anche se da qualche settimana si sforzava di parlare senza riuscirci, era l’ultima cosa più o meno umana che restava.

L’energia è a zero, ed è tutto fermo. Solo le cariche indipendenti di alcuni impianti danno l’illusione di una vita normale. Con cibo e bevande, invece, potrei fare bagordi per il resto della vita e se tutto funzionasse potrei girare l’universo facendo festa tutti i giorni. Che fortuna! Eravamo 2500 a vivere e a sperare su questa nave. Ora sono solo.

Iniziò così, come uno scherzo. Nessuno ci ha fatto caso, sembrava un fastidio qualsiasi, banale, come il modo in cui si è presentato, ma già il pomeriggio di quel primo giorno, diventò drammatico. Un vento, prima leggero, e poi sempre più forte, che velocemente e senza tante storie si è portato via tutto. A cominciare dagli idioti che hanno avuto la bella pensata di prendere una navetta leggera e andare a vedere cosa succedeva all’esterno della colonia, curiosi di capire perché questo vento improvviso colorava tutto di viola.

Il sistema di controllo di chiusura esterno è stato il primo a non funzionare, subito seguito dai rilevatori di guasto e dai robot che controllavano chiusure e aperture. Così quando gli intrepidi sono usciti scomparendo nel viola, il portello della nave non si è chiuso dietro di loro, nessuno se ne è accorto e il vento è entrato portando con sé tutto quello di cui noi poveri umani non abbiamo bisogno. Raggi bendion, radiazioni di ogni tipo e materia viola. Cos’è la materia viola? Non lo so, non lo abbiamo capito, ma alle macchine ha fuso i motori, agli umani, cuore e cervello, Non tutte le macchine, solo quelle vitali, non tutti gli umani. Io ho resistito, non so perché.

Non mi ha ucciso la materia viola, non mi uccide la solitudine, non ho paura del vuoto. Ma c’è una cosa che non perdona e si fa sempre più forte e decisiva.

La speranza di arrivare da qualche parte e ricominciare, è morta, e con lei i miei sogni.

Sto qui, ancora un minuto, il tempo di un ultimo caffè. Mi chiamo Eidon Clos.

Foto di copertina JAKO5D da Pixabay

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